martedì 25 aprile 2023

La Pulzella d’Orleans, Rouen, Normandia


Rouen, Normandia


Chiunque parlando di Rouen citerebbe come prima cosa la cattedrale Notre-Dame e la piazza dove fu arsa viva Giovanna d’Arco, eppure a me viene subito in mente un ponte e un’opera che Camille Pissarro dipinse dalla sua stanza affacciata alla Senna nel 1896: Pont Boieldieu in Rouen sotto la pioggia.  

                            Camille Pissarro, Pont Boieldieu in Rouen


Il tema del dipinto è il trambusto della città moderna, con l’andirivieni della folla, il fumo che fuoriesce dalle imbarcazioni, le gru sulle banchine e il grigiore generale della pioggia. Per puro caso mi affaccio proprio da questo ponte, ma sul versante opposto, dove sotto c’è una rotaia abbandonata che un tempo collegava Parigi alle località balneari, passando per Rouen.  Anche oggi c’è un battello sul letto del fiume, le rotaie sono ricoperte da un tappeto erboso e solo la nostra fervida immaginazione riesce a proiettare su questo teatro dalle luci ormai spente il fervore e la vitalità dell’istante colto da Pissarro. Tu chiamale se vuoi…impressioni.

Percorriamo le pittoresche stradine del centro, ricco di chiese gotiche e case a graticcio, alcune risalenti all’epoca medioevale, sopravvissute ad incendi, inondazioni, guerre e bombardamenti durante lo sbarco degli alleati in Nomandia. Le facciate sono ricoperte di travi in legno che si intersecano creando una geometria armoniosa dallo sfondo senape, verde mente, celeste opaco, arancione e pervinca.  

Case a graticcio, Rouen


Rouen non è solo la città delle case a graticcio: è stata infatti soprannominata la città dei “cento campanili” che risuonano a concerto nell’aria e che tanto ci ricordano la nostra bella Roma. Vivendo negli Emirati Arabi Uniti, siamo abituati al richiamo alla preghiera del muezzin e il suono delle campane è l’ennesima madeleine in questo itinerario che, ad ogni tappa, ci porta un passo avanti nello spazio ed uno indietro nel tempo.

Rouen, place Vieux-Marché

Come parlare di Rouen, antica capitale del Ducato di Normandia, senza citare la Pulzella d’Orleans, Giovanna d’Arco? Se non conoscete la storia della salvatrice di Francia, vi consiglio il film di Giovanna d’Arco con Milla Jovovich. La storia di Francia e d’Inghilterra si intersecano sul territorio francese con la guerra dei Cent’anni e l’affascinante contributo di questa giovane eroina.

Giovanna d'Arco

Oggi si ricorda il rogo di Giovanna D’Arco, arsa viva nella piazza del mercato di Rouen, e le accuse terribili mosse da un tribunale ecclesiastico che la portarono al rogo, ma mi preme fare un passo indietro e citare brevemente la storia di questa pulzella straordinaria che liberò la Francia dagli inglesi a soli diciannove anni.

Giovanna era una giovane pastorella illetterata, di estrazione molto povera,  che dichiarò di essere stata prescelta da Dio per aiutare Carlo, Delfino di Francia, nella guerra per il trono contro gli inglesi e i loro alleati borgognoni. Che fosse la voce di Dio a guidarla o una voce interiore, la giovane contadinella si ritrovò non solo ad indossare abiti maschili nel guidare l’esercito francese, ma anche a riuscire in quello che i comandanti dell’esercito avevano fallito: sconfiggere gli inglesi. Si innalzò al ruolo di salvatrice della Francia, divenendo acclamata e benvoluta dal popolo, fino a che la sua figura non divenne troppo ingombrante.

 E qui la faccenda si fa interessante: secondo alcune fonti, per gli storici plausibili ma non dimostrabili, la Pulzella fu consegnata dal re di Francia ai borgognoni, che la consegnarono agli inglesi: umiliati dalla perdita subita ad Orléans, gli inglesi attribuirono la disfatta agli incantesimi e gli atti di stregoneria compiuti dalla ragazza, accusandola di essere «una seguace del maligno». Nel 1431 fu sottoposta a processo senza difensori davanti al tribunale ecclesiastico di Rouen. Fortemente influenzato dal potere inglese, il tribunale concluse che le voci che Giovanna d’Arco dichiarava di sentire fossero di demoni, non di angeli, e dunque fu accusata di stregoneria ed eresia, oltre che di travestimento.

Fu così che la Pulzella d’Orleans fu condotta sul rogo ed arsa viva davanti ad una folla sgomenta all’età di diciannove anni, nella storica piazza del mercato. E fu così che gli inglesi restarono in Francia per altri vent’anni.

Lionel Royer, Giovanna d'Arco sul rogo

Decenni dopo la morte, Giovanna fu liberata dell’infamante accusa di eresia fino ad essere, nel 1920, beatificata e proclamata Santa Patrona della Francia. Oggi sorge una chiesa in sua memoria al centro della place Vieux-Marché, la cui struttura evoca sia le fiamme che bruciarono sul rogo,  sia una nave vichinga ribaltata. 


Ci soffermiamo davanti alla statua di Giovanna d'Arco e, mentre i ragazzi si allontano con leggerezza, io mi soffermo a guardare il suo volto addolorato, ripercorrendo i punti salienti della sua storia. Un aspetto mi colpisce: non solo all’epoca la donna era ritenuta inferiore all’uomo, ma Giovanna proveniva anche da una regione marginale, lontana dal potere. Le voci che sentiva, secondo alcuni allucinazioni deliranti, secondo altri miracolose, le hanno dato la forza di espandersi, anziché ritirarsi nell’ovile riservato al giovane, all’umile e al femminile. Insomma, una guerriera a tutti gli effetti che non sapeva stare al suo posto e, dunque, destinata a sparire.  

Giovanna d'Arco, Rouen


Scatto una foto in suo onore nella piazza in cui fu bruciata, ma l’immagine che compare sullo schermo è sdoppiata, interrotta. Non credo nella stregoneria, ma credo nei segni che ti costringono a rallentare e riflettere. Mi chiedo quante altre persone nella vita abbiano avuto la sensazione di essere state ridimensionate, o addirittura respinte, per non offuscare chi avevano vicino e mi sembra che le dinamiche nei confronti delle minoranze, in fondo, non siano mai cambiate. L’esplorazione diventa lo spunto per un viaggio emotivo, non solo un accumulo di nozioni non filtrare.

Raggiungiamo la cattedrale gotica di Notre-Dame de Rouen, anch’essa sopravvissuta a fulmini, incendi, un uragano e i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Fu rappresentata da Claude Monet a tutte le ore del giorno per immortalarne i giochi di luce e questo contribuì sicuramente alla sua popolarità. Del resto è difficile non notarla, con la guglia più alta di tutta la Francia e la facciata gotica riccamente decorata.

Cattedrale Notre-Dame de Rouen

 Gli interni sfarzosi contengono organi a canne, statue di santi, tombe di personaggi storici, colonne imponenti, arcate a volta e meravigliose vetrate policrome dipinte a mano. 


Nella cattedrale c’è una scala in pietra e forse non è questo il punto di maggiore interesse per gli amanti della storia dell’arte, ma non riesco a smettere di immaginare i piedi che salivano e scendevano su e giù per quelle scale che portavano alla biblioteca. Del resto, il senso di smarrimento davanti ad un monumento talmente imponente, difficile da raccontare in poche righe, fa sì che ci si aggrappi ad un dettaglio immaginifico per non perdere l’orientamento: io ho scelto i passi e il fruscio degli abiti sacri di chi ha percorso queste scale verso gli archivi del sapere.

Cattedrale Notre-Dame de Rouen

Fuori c’è il sole, ci fermiamo sulla piazzetta ad osservare la folla. Alcuni ragazzi suonano il sassofono, ci sentiamo catapultati nelle stradine di New Orleans in un batter d’occhio.  Proseguiamo per le vie del centro e ci perdiamo in un vicolo pieno di ombrelli colorati che restituiscono un po’ di leggerezza a questa giornata ricca di considerazioni. È ora di andare, tornare sulla Senna, dove abbiamo miracolosamente parcheggiato il camper, e proseguire verso nord.

Vicoli di Rouen

Amiamo i piccoli/ medi centri, ma se abbiamo scelto la Normandia e la Bretagna per questo viaggio on the road, è soprattutto per le scogliere della costa atlantica e i piccoli villaggi di pescatori.

Ci aspetta Dieppe, un traghetto per l’Inghilterra che non prenderemo e una notte nel parcheggio di un porticciolo gremito di gabbiani. Vi lascio con un’immagine in grado di evocare l’atmosfera del porto di Dieppe, affacciato al Canale della Manica, realizzato dal “pittore della luce” e precursore dell’Impressionismo: William Turner.

Il porto di Dieppe, William Turner

Sentite anche voi il garrito dei gabbiani e l’odore delle alghe oceaniche?

Debbie

Nomadi per passione



giovedì 23 marzo 2023

La casa di Monet a Giverny e il giardino delle ninfee.


Fu Claude Monet a consegnare il villaggio addormentato di Giverny all’eternità. 

Padre dell’Impressionismo francese, si traferì in questo piccolo comune della Normandia, a 80 chilometri da Parigi, tra il 1883 e il 1926, incantato dalla luce.

Vagabondare tra la casa e il giardino di Monet significa scivolare lentamente in un sogno sfavillante, lasciarsi trasportare dai sensi per ancorarsi al presente.  I dipinti dell’artista si animano di suoni e profumi  percorrendo il viale centrale antistante la sua dimora, ma è solo avvicinandosi allo stagno delle ninfee che si coglie pienamente il culto della luce e del mondo fluttuante, effimero, tanto caro a Monet e all'Impressionismo.  

"Altri pittori dipingono un ponte, una casa, una barca… io voglio dipingere l’aria che circonda il ponte, la casa, la barca, la bellezza della luce in cui esistono."

Monet non raffigurò soltanto il giardino dipingendo en plein air, tra aiuole traboccanti di lavanda e non ti scordar di me, ma ne fu anche l’ideatore: appassionato di botanica, coltivò tulipani, rose, campanule, gladioli ed iris, vivendo un sogno idilliaco tra i fiori e la pittura; fece realizzare il bacino delle ninfee da una deviazione di un affluente dell’Epte, dove coltivò una nuova specie incrociando delle ninfee bianche con delle varietà tropicali. 

Intorno al giardino acquatico, attraversato dal famoso ponte nipponico, piantò aceri, ginko biloba, bambù e salici piangenti con l’intento di evocare un’atmosfera giapponese tanto amata da Monet, come dimostra la collezione di stampe ukiyo-e nella sua abitazione.

Ed è qui, tra la casa ed il giardino, che Monet trascorse l’ultima parte della sua vita dipingendo specchi d’acqua strabordanti di ninfee, nell’ardua impresa di rincorrere l’illusione della luce naturale e cogliere la caducità del momento.


"Ciò che farò qui avrà almeno il merito di non rassomigliare a nulla, perché sarà l’impressione di ciò che avrò sentito soltanto io."

Non c’è angolo di questo giardino in cui non si abbia la sensazione di vederlo sbucare da un momento all’altro: chino sui fiori di glicine dai riflessi indaco, con gli occhi baluginanti di ardore davanti al riverbero di un raggio di sole, con un pennello en plein air, immerso nell’estasi e nel tormento del processo creativo, ma anche con la testarda convinzione di poter dare nuovi occhi al mondo.


"Non dormo più per colpa delle Ninfee. Di notte sono ossessionato da ciò che sto cercando di realizzare. Mi alzo al mattino piegato dalla fatica. L’alba mi ridona coraggio, ma l’ansia torna non appena varco la soglia dello studio. Dipingere è così difficile e torturante
."

La facciata rosa dell’abitazione, con le persiane verde smeraldo, sembra in netto contrasto con i toni cupi tipici delle case borghesi dell’epoca, ma è varcando la porta d’ingresso che ci si rende pienamente conto di quanto il mondo interiore di Monet fosse abitato dalla costante ricerca di colori brillanti e saturi, in grado di esaltare la luce. 

Le piastrelle azzurre di Rouen nella cucina; il giallo acceso della sala da pranzo; l’azzurro del salotto, ma soprattutto l’atelier ricavato da un vecchio fienile incastonato nel giardino. 

Fu grazie a Monet che Giverny divenne punto di ritrovo per gli impressionisti dell’epoca e la sua casa, già in costante fermento per via della numerosa famiglia, divenne un andirivieni di artisti dallo spirito indomito come il suo. 

Le camere da letto e quelle per gli ospiti al primo piano sono arredate con tappeti e drappeggi di vario genere, dipinti di amici pittori come Caillebotte, Renoir, Cézanne, Signac; foto di famiglia, caraffe e porcellane orientali. 

Descrivere Giverny per me è stato come fluttuare in un sogno vividissimo, dove non esistono confini rigidi e la luce cambia continuamente non solo l’aspetto della realtà  circostante, ma anche il nostro modo di guardarla. Voglio immergermi nella caducità del momento senza volerlo a tutti i costi fermare e possedere, lasciando fluire quello che per natura è fugace ed amarlo semplicemente così com’è.

“Tutti discutono la mia arte e affermano di comprenderla, come se fosse necessario comprendere, quando invece basterebbe amare.”

Debbie,

Nomadi per passione



Per ulteriori informazioni: Fondazione Monet.


domenica 12 marzo 2023

Come si diventa nomadi per passione?

 Si srotola la mappa, si muove l’indice come l'ago di una bussola immaginaria. Ad un certo punto il dito si ferma, traccia un itinerario con precisione. Conosce già il tragitto, come se quelle strade, quei castelli, quelle falesie a strapiombo sul mare fossero da sempre rinchiuse in una falange.

Trentino Alto Adige

Non ho mai pensato di essere l’unica artefice dei miei vagabondaggi e sono consapevole che nel mio sangue, nei miei battiti, ci siano mille rotte già tracciate dai miei predecessori. Non saprei come spiegare, altrimenti, il motivo per cui il semplice atto di girovagare plachi il lago turbolento della mia anima.

Come si diventa nomadi per passione?

Bisogna chiudere gli occhi e sentire i passi in punta di piedi che danzano in una pozzanghera di notte. Bisogna seguire le gambe che corrono lungo gli argini di un fiume, che si graffiano in un campo di grano bruciato dal sole. Bisogna guardare un albero e non vedere soltanto un albero, ma la chioma che cambia forma nel vento e i rami che fluttuano di umori e malumori come gli arti di qualsiasi altra creatura vivente.


Trentino Alto Adige

Non è possibile spiegare la "pulsione all’esplorazione", all’avventura, alla scoperta, poiché questo è territorio dell’anima. È una fame insaziabile che straripa dal recinto delle parole e si disperde tra l’utero turchino del mare ed il cuore paludoso dei monti, la cui intensità aumenta ogni volta che si trova davanti ad un confine, un limite invalicabile. E allora l’urgenza diventa superare quel limite, vedere cosa c’è dietro, cosa c’è dentro, cosa c’è intorno. Entrarci dentro, capire il motivo del suo essere.

Avrei voluto scrivere una guida per camperisti, ma il lago della mia anima è strabordato di nuovo. Spero che qualche lucciola sia entrata anche dentro di voi per spingervi lungo la via della scoperta e dell’esplorazione. E spero che la mia anima girovaga continui a strabordare fino a confluire, un giorno, finalmente nel mare.

Debbie,

Nomadi per passione.


Roscoff, Bretagna, Francia


lunedì 6 marzo 2023

Ho dormito e nuotato nello Stretto di Hormuz.

Se dieci anni fa mi avessero detto che un giorno avrei trascorso una notte all’aperto sul piano superiore di un dhow, la tipica imbarcazione omanita, nello Stretto di Hormuz o sulla spiaggia di una caletta del Golfo Persico raggiungibile solo via mare, probabilmente avrei  pensato alla faccia allibita di mia madre davanti alle notizie del telegiornale per via della geopolitica turbolenta del Golfo…ma non è andata proprio così.


Si dice che ogni dieci minuti circa una petroliera attraversi lo stretto di Hormuz, arteria di enorme rilevanza geostrategica tra il Mar Arabico e il Golfo Persico...ma di questo si parla già in abbondanza.


Quello che vorrei offrirvi in questo post è uno scorcio sullo Stretto di Hormuz dalla penisola rocciosa del Musandam, un’exclave del Sultanato dell’Oman, soprannominata la Norvegia d’Arabia per via delle gigantesche falesie a picco sul mare.

Foto di Dhow Khasab Tours

Il nostro viaggio inizia nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi, a circa tre ore di macchina dal confine settentrionale dell’Oman.

Sbrighiamo le formalità doganali in una grande sala dai pavimenti lucidi e le pareti a vetro presso la polizia di frontiera emiratina. Pochi metri più in là, in un edificio meno   avveniristico, le uniformi e le bandiere cambiano, così come le foto dei capi di stato: stiamo lasciando gli Emirati Arabi Uniti per entrare nel Sultanato dell’Oman.

Percorriamo un centinaio di chilometri lungo la strada costiera che collega Tibat a Khasab, fiancheggiando i fiordi ed un mare turchino che brontola appena. 


Impossibile non fermarsi alla prima spiaggia dove, oltre alle nostre voci troppo alte e al borbottio del mare, c’è solo il belato delle caprette selvatiche che si inerpicano zampettando sulla roccia arenaria delle montagne.

 Osserviamo i paguri che si nutrono di residui biologici sulla battigia, creando inconsuete composizioni di sfere che accendono la nostra immaginazione.  Ci immergiamo in acqua in cerca di refrigerio e salvezza, un po’ come i paguri al nostro passaggio, prima di ripartire per Khasab.


Percorriamo la strada panoramica con la salsedine che ci increspa i capelli e l’odore salmastro del mare appiccicato alle narici. Google Maps, da questo momento in poi, non avrà più alcuna utilità per noi. 

Siamo degli esploratori, navighiamo a naso e a vista. 

Seguiamo le capre nelle traverse acciottolate, seguiamo la segnaletica in arabo che non capiamo, seguiamo un asinello che raglia sul ciglio della strada. Una casetta di mattoni con la porta azzurra.  Una moschea minuscola. Un sentiero di case dai tetti piatti. Un cancello in stile arabo. E poi capre a non finire: capre nella frescura delle palme, dietro ai muretti delle case. Capre che triturano erba e rifiuti. Capre che saltellano, che dormono, che belano come se fossero le vere regnanti di questa penisola.


Approdiamo in un villaggio sperduto, senza tempo e senza storia, alla fine di una stradina. Si chiama Tawi e resterà, per me, la sorpresa più bella di questo viaggio in Oman. 


Non tanto per il villaggio semi abbandonato, ma per aver scoperto un posto che avrebbe tanto da dire, se qualcuno si prendesse la briga di raccontarlo. A parte qualche fotografia ed informazione sulle Wadi circostanti, non c’è nessuna documentazione che racconti la storia di questo antico villaggio, ma sembra che gli edifici sprigionino il mormorio di spiritelli desiderosi di essere ascoltati. 

Chi abitava in queste case? Chi ci abita ora? Chi ha costruito gli edifici di pietra? Era un villaggio di pescatori? Di agricoltori? Quale civiltà ha fondato il villaggio? Chi ha intagliato le porte di legno?  Chi ha dipinto di azzurro le finestre?

Difficile fare domande agli abitanti del luogo, poiché le strade sono deserte e l’unica persona che ci avvicina è un poliziotto in borghese che ci invita a fare attenzione, perché una capra si è infilata sotto la nostra macchina.



Scopriamo che poco distante da qua, tra le montagne del Musandam, sono stati trovati dei petroglifi, delle incisioni rupestri che risalgono a circa 5000 anni fa. Le immagini raffigurano animali, scene di caccia e figure umane, il che lascia pensare che siano state realizzate in un’epoca preislamica, dato che le immagini antropomorfe sono ritenute  prerogativa di Allah nell’ aniconismo dell'Islam.

Una frana ha portato giù parte della montagna durante il periodo delle piogge, quando le precipitazioni travolgono ciottoli e pietre enormi che finiscono per ingombrare le Wadi. Questo è il punto in cui finisce la strada e le capre si inerpicano sugli alberi di acacia o lungo le vette aspre delle montagne. 

Se fossimo accompagnati da una guida e avessimo l’abbigliamento adatto, potremmo addentrarci nelle caverne e salire lungo i pendii delle montagne, ma se c’è una cosa che ho imparato leggendo i giornali locali degli Emirati Arabi Uniti e dell’Oman è che non s’improvvisa nel deserto e sulle montagne della penisola arabica per via delle temperature elevatissime che ogni anno uccidono molti escursionisti impreparati.   

 La voce del richiamo alla preghiera del muezzin fuoriesce dalla radio di una casupola di pietre e riempie tutta la valle, accompagnata solo dal canto degli uccelli: il verso intermittente della coturnice orientale o il fischiettio del culbianco dalla coda rossa. 

Una donna esce affaccendata dalla casa, ci lancia uno sguardo inquisitorio e torna in fretta nella sua abitazione.  È il sacro mese del Ramadan, sappiamo che in questo periodo i musulmani si avvicinano ad Allah tramite il digiuno e la preghiera: valicare questo limite significherebbe profanare la sacralità del momento, quindi decidiamo di indietreggiare


Proseguiamo verso Bukhā, un villaggio di pescatori con un’imponente moschea incastonata tra le montagne e il mare.  File di gabbiani punteggiati sulla battigia spiccano il volo al nostro avanzare, creando una coreografia maestosa che incornicia la ricchezza della vita marina sottostante.  


 

Al di là della strada, c’è il forte di Bukhā. Narra la leggenda che, durante l’alta marea, i prigionieri di guerra fossero lasciati affogare nelle prigioni sotterranee e pare che, nelle giornate di alta marea, sia ancora possibile udirne il lamento.

 

Saliamo su una collinetta per visitare la torre di guardia di Al Qala: il cielo è talmente limpido che, da qui, si vede l’Iran. Sapere che la strisciolina azzurrastra che vediamo all’orizzonte ha ospitato alcune delle civiltà più antiche del mondo mi emoziona tantissimo.  Alle nostre spalle, distese di palme da datteri sprigionano nell’aria un aroma zuccherino che si mescola all’odore di alghe e pesce proveniente dal mare.

 

Prima di lasciare Bukhā, ci fermiamo a giocare a basket davanti ad una villa. Intorno a noi, a parte le solite capre che mangiano tutto quello che trovano, non c’è anima viva. Sarà il caldo? Sarà il Ramadan? Mi addentro tra delle rovine abbandonate che costeggiano la strada in cerca di qualche informazione, ma non trovo niente. 



Scatto delle fotografie che posterò qualche giorno dopo su Instagram, quando saremo già tornati negli Emirati Arabi Uniti e, grazie alle quali, riceverò delle risposte, ma soprattutto una domanda: perché uno straniero dovrebbe interessarsi ad un piccolo centro come Bukha? Perché sono di Roma, rispondo.



 Gli abitanti del villaggio hanno notato mio figlio che giocava a basket davanti alla casa della sceicca e sono desiderosi di raccontarsi.





 Mi raccontano che le rovine appartenevano ai governanti di Bukhā prima che, nel 1971, anno della fondazione degli Emirati Arabi Uniti, fossero definiti i confini tra Oman ed Emirati Arabi. 



Condividono con me foto personali ed aneddoti sulla propria tribù di appartenenza, ora distribuita tra Emirati Arabi e Musandam che, per motivi di privacy, non mi sento di condividere. 

 

I loro messaggi mi commuovono e mi lusingano: mi chiedono di bussare alle loro porte la prossima volta e lo fanno con un tale candore da farmi chiedere: se uno straniero transitasse per un paesino italiano, la moglie del sindaco lo inviterebbe a pranzo?



 


Saliamo in macchina e proseguiamo verso Khasab. Trascorriamo la prima notte in un hotel ispirato ad un tipico villaggio omanita: l’AtanaMusandam resort, due ore di macchina da Dubai e cinquanta minuti di volo da Muscat. 




Dopo un’abbondante colazione e litri di espresso, facciamo un salto al vicino Carrefour per acquistare qualche snack da portare in barca. Trovo sempre interessante visitare i supermercati locali, anche nel caso delle grandi catene di distribuzione, perché riflettono molto le usanze e le abitudini dei locali.


 Per esempio, la legna da ardere è un elemento che troverete ovunque in questa parte di mondo, dai supermercati come il Carrefour ai distributori di benzina, e questo perché nella cultura araba i falò nel deserto o tra le montagne sono ancora momenti di riunione familiare.

 


Alle dieci del mattino siamo al porticciolo di Khasab, dove ci aspetta la tradizionale barca omanita, il dhow, un tempo utilizzata dai pescatori di perle o nelle rotte commerciali verso l’Africa orientale e l’oriente. Per otto ore, due marinai indiani del Kerala ci guideranno lungo i fiordi omaniti in una crociera al di fuori del tempo.



Abbiamo lasciato il porto da pochi minuti, quando i primi delfini iniziano a piroettare ai lati della nostra barca. Le urla di eccitazione di adulti e bambini diventano incontenibili, il tempo inizia davvero a fermarsi e quel momento di gioia assoluta ingoia passato e futuro, ancorandoci ad un presente talmente intenso, fatto di spruzzi e piroette e gridolini e sorrisi ed occhi umidi e salati -di salsedine, di vento, di pianto- in cui ognuno è commosso dall' improvviso senso di appartenenza al creato


Se c’è un posto al mondo in cui mente e cuore si tengono per mano, questo per me è proprio il mare del Musandam.




Dopo mezz’ora circa di navigazione, raggiungiamo Telegraph Island, una piccola isola il cui nome rimanda a una stazione telegrafica installata dagli inglesi nel 1865 per facilitare le comunicazioni con l’India. Ad oggi l’isola è deserta, ma i suoi bassi fondali e le piccole cale nascoste la rendono il posto ideale per gli amanti dello snorkeling, anche con i bambini.



Si riprende la navigazione sorseggiando tè e caffè aromatizzato al cardamomo, mangiando frutta fresca e datteri. All’ora di pranzo, i marinai servono cibo locale imbarcato al porto di Khasab, che consiste principalmente in un misto di cucina asiatica-mediorientale. 


Maqbouse a base di riso, spezie, carne e verdure; shuwa, composto da carne marinata con peperoni, spezie ed erbe aromatica; zuz al mudhroub, a base di riso bianco servito con del pesce fritto. Il tutto accompagnato da hummus, salsa di ceci e crema di sesamo, insalata e khubz, il tipico pane azzimo cotto in caratteristici forni cilindrici d’argilla.

 

Alle sei del pomeriggio, i dhow rientrano al porto di Khasab e gli unici puntini in movimento ormai sono solo le barchette dei pescatori che escono per una battuta di pesca notturna. Noi invece, dopo una cena tradizionale, trascorreremo la notte a bordo del dhow: i marinai hanno allestito materassini per terra con lenzuola, coperte e cuscini sul piano superiore del dhow. 


Prima di lasciare l’Oman, visitiamo il meraviglioso forte di Khasab, che espone reperti sulla vita quotidiana e le attività tradizionali dei popoli omaniti. 






Percorrendo le mura di cinta al primo piano, basta chiudere gli occhi per sentirsi improvvisamente in un passato fatto di scorribande e attacchi marini. 



Piedi scalzi che corrono di notte tra le mura, un chiavistello infilato in un portone di legno massiccio, le dita artritiche di un anziano sulle reti da pesca, un carcerato che sbava e supplica, carte marine salvaguardate come inestimabile tesoro per chi di mare vive e sopravvive.



Ho nuotato e dormito nello Stretto di Hormuz, ma questo non lo diranno mai al telegiornale del mio paese e, dunque, ho deciso di occuparmene io.  


Debbie,

Nomadi per passione.