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lunedì 6 marzo 2023

Ho dormito e nuotato nello Stretto di Hormuz.

Se dieci anni fa mi avessero detto che un giorno avrei trascorso una notte all’aperto sul piano superiore di un dhow, la tipica imbarcazione omanita, nello Stretto di Hormuz o sulla spiaggia di una caletta del Golfo Persico raggiungibile solo via mare, probabilmente avrei  pensato alla faccia allibita di mia madre davanti alle notizie del telegiornale per via della geopolitica turbolenta del Golfo…ma non è andata proprio così.


Si dice che ogni dieci minuti circa una petroliera attraversi lo stretto di Hormuz, arteria di enorme rilevanza geostrategica tra il Mar Arabico e il Golfo Persico...ma di questo si parla già in abbondanza.


Quello che vorrei offrirvi in questo post è uno scorcio sullo Stretto di Hormuz dalla penisola rocciosa del Musandam, un’exclave del Sultanato dell’Oman, soprannominata la Norvegia d’Arabia per via delle gigantesche falesie a picco sul mare.

Foto di Dhow Khasab Tours

Il nostro viaggio inizia nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi, a circa tre ore di macchina dal confine settentrionale dell’Oman.

Sbrighiamo le formalità doganali in una grande sala dai pavimenti lucidi e le pareti a vetro presso la polizia di frontiera emiratina. Pochi metri più in là, in un edificio meno   avveniristico, le uniformi e le bandiere cambiano, così come le foto dei capi di stato: stiamo lasciando gli Emirati Arabi Uniti per entrare nel Sultanato dell’Oman.

Percorriamo un centinaio di chilometri lungo la strada costiera che collega Tibat a Khasab, fiancheggiando i fiordi ed un mare turchino che brontola appena. 


Impossibile non fermarsi alla prima spiaggia dove, oltre alle nostre voci troppo alte e al borbottio del mare, c’è solo il belato delle caprette selvatiche che si inerpicano zampettando sulla roccia arenaria delle montagne.

 Osserviamo i paguri che si nutrono di residui biologici sulla battigia, creando inconsuete composizioni di sfere che accendono la nostra immaginazione.  Ci immergiamo in acqua in cerca di refrigerio e salvezza, un po’ come i paguri al nostro passaggio, prima di ripartire per Khasab.


Percorriamo la strada panoramica con la salsedine che ci increspa i capelli e l’odore salmastro del mare appiccicato alle narici. Google Maps, da questo momento in poi, non avrà più alcuna utilità per noi. 

Siamo degli esploratori, navighiamo a naso e a vista. 

Seguiamo le capre nelle traverse acciottolate, seguiamo la segnaletica in arabo che non capiamo, seguiamo un asinello che raglia sul ciglio della strada. Una casetta di mattoni con la porta azzurra.  Una moschea minuscola. Un sentiero di case dai tetti piatti. Un cancello in stile arabo. E poi capre a non finire: capre nella frescura delle palme, dietro ai muretti delle case. Capre che triturano erba e rifiuti. Capre che saltellano, che dormono, che belano come se fossero le vere regnanti di questa penisola.


Approdiamo in un villaggio sperduto, senza tempo e senza storia, alla fine di una stradina. Si chiama Tawi e resterà, per me, la sorpresa più bella di questo viaggio in Oman. 


Non tanto per il villaggio semi abbandonato, ma per aver scoperto un posto che avrebbe tanto da dire, se qualcuno si prendesse la briga di raccontarlo. A parte qualche fotografia ed informazione sulle Wadi circostanti, non c’è nessuna documentazione che racconti la storia di questo antico villaggio, ma sembra che gli edifici sprigionino il mormorio di spiritelli desiderosi di essere ascoltati. 

Chi abitava in queste case? Chi ci abita ora? Chi ha costruito gli edifici di pietra? Era un villaggio di pescatori? Di agricoltori? Quale civiltà ha fondato il villaggio? Chi ha intagliato le porte di legno?  Chi ha dipinto di azzurro le finestre?

Difficile fare domande agli abitanti del luogo, poiché le strade sono deserte e l’unica persona che ci avvicina è un poliziotto in borghese che ci invita a fare attenzione, perché una capra si è infilata sotto la nostra macchina.



Scopriamo che poco distante da qua, tra le montagne del Musandam, sono stati trovati dei petroglifi, delle incisioni rupestri che risalgono a circa 5000 anni fa. Le immagini raffigurano animali, scene di caccia e figure umane, il che lascia pensare che siano state realizzate in un’epoca preislamica, dato che le immagini antropomorfe sono ritenute  prerogativa di Allah nell’ aniconismo dell'Islam.

Una frana ha portato giù parte della montagna durante il periodo delle piogge, quando le precipitazioni travolgono ciottoli e pietre enormi che finiscono per ingombrare le Wadi. Questo è il punto in cui finisce la strada e le capre si inerpicano sugli alberi di acacia o lungo le vette aspre delle montagne. 

Se fossimo accompagnati da una guida e avessimo l’abbigliamento adatto, potremmo addentrarci nelle caverne e salire lungo i pendii delle montagne, ma se c’è una cosa che ho imparato leggendo i giornali locali degli Emirati Arabi Uniti e dell’Oman è che non s’improvvisa nel deserto e sulle montagne della penisola arabica per via delle temperature elevatissime che ogni anno uccidono molti escursionisti impreparati.   

 La voce del richiamo alla preghiera del muezzin fuoriesce dalla radio di una casupola di pietre e riempie tutta la valle, accompagnata solo dal canto degli uccelli: il verso intermittente della coturnice orientale o il fischiettio del culbianco dalla coda rossa. 

Una donna esce affaccendata dalla casa, ci lancia uno sguardo inquisitorio e torna in fretta nella sua abitazione.  È il sacro mese del Ramadan, sappiamo che in questo periodo i musulmani si avvicinano ad Allah tramite il digiuno e la preghiera: valicare questo limite significherebbe profanare la sacralità del momento, quindi decidiamo di indietreggiare


Proseguiamo verso Bukhā, un villaggio di pescatori con un’imponente moschea incastonata tra le montagne e il mare.  File di gabbiani punteggiati sulla battigia spiccano il volo al nostro avanzare, creando una coreografia maestosa che incornicia la ricchezza della vita marina sottostante.  


 

Al di là della strada, c’è il forte di Bukhā. Narra la leggenda che, durante l’alta marea, i prigionieri di guerra fossero lasciati affogare nelle prigioni sotterranee e pare che, nelle giornate di alta marea, sia ancora possibile udirne il lamento.

 

Saliamo su una collinetta per visitare la torre di guardia di Al Qala: il cielo è talmente limpido che, da qui, si vede l’Iran. Sapere che la strisciolina azzurrastra che vediamo all’orizzonte ha ospitato alcune delle civiltà più antiche del mondo mi emoziona tantissimo.  Alle nostre spalle, distese di palme da datteri sprigionano nell’aria un aroma zuccherino che si mescola all’odore di alghe e pesce proveniente dal mare.

 

Prima di lasciare Bukhā, ci fermiamo a giocare a basket davanti ad una villa. Intorno a noi, a parte le solite capre che mangiano tutto quello che trovano, non c’è anima viva. Sarà il caldo? Sarà il Ramadan? Mi addentro tra delle rovine abbandonate che costeggiano la strada in cerca di qualche informazione, ma non trovo niente. 



Scatto delle fotografie che posterò qualche giorno dopo su Instagram, quando saremo già tornati negli Emirati Arabi Uniti e, grazie alle quali, riceverò delle risposte, ma soprattutto una domanda: perché uno straniero dovrebbe interessarsi ad un piccolo centro come Bukha? Perché sono di Roma, rispondo.



 Gli abitanti del villaggio hanno notato mio figlio che giocava a basket davanti alla casa della sceicca e sono desiderosi di raccontarsi.





 Mi raccontano che le rovine appartenevano ai governanti di Bukhā prima che, nel 1971, anno della fondazione degli Emirati Arabi Uniti, fossero definiti i confini tra Oman ed Emirati Arabi. 



Condividono con me foto personali ed aneddoti sulla propria tribù di appartenenza, ora distribuita tra Emirati Arabi e Musandam che, per motivi di privacy, non mi sento di condividere. 

 

I loro messaggi mi commuovono e mi lusingano: mi chiedono di bussare alle loro porte la prossima volta e lo fanno con un tale candore da farmi chiedere: se uno straniero transitasse per un paesino italiano, la moglie del sindaco lo inviterebbe a pranzo?



 


Saliamo in macchina e proseguiamo verso Khasab. Trascorriamo la prima notte in un hotel ispirato ad un tipico villaggio omanita: l’AtanaMusandam resort, due ore di macchina da Dubai e cinquanta minuti di volo da Muscat. 




Dopo un’abbondante colazione e litri di espresso, facciamo un salto al vicino Carrefour per acquistare qualche snack da portare in barca. Trovo sempre interessante visitare i supermercati locali, anche nel caso delle grandi catene di distribuzione, perché riflettono molto le usanze e le abitudini dei locali.


 Per esempio, la legna da ardere è un elemento che troverete ovunque in questa parte di mondo, dai supermercati come il Carrefour ai distributori di benzina, e questo perché nella cultura araba i falò nel deserto o tra le montagne sono ancora momenti di riunione familiare.

 


Alle dieci del mattino siamo al porticciolo di Khasab, dove ci aspetta la tradizionale barca omanita, il dhow, un tempo utilizzata dai pescatori di perle o nelle rotte commerciali verso l’Africa orientale e l’oriente. Per otto ore, due marinai indiani del Kerala ci guideranno lungo i fiordi omaniti in una crociera al di fuori del tempo.



Abbiamo lasciato il porto da pochi minuti, quando i primi delfini iniziano a piroettare ai lati della nostra barca. Le urla di eccitazione di adulti e bambini diventano incontenibili, il tempo inizia davvero a fermarsi e quel momento di gioia assoluta ingoia passato e futuro, ancorandoci ad un presente talmente intenso, fatto di spruzzi e piroette e gridolini e sorrisi ed occhi umidi e salati -di salsedine, di vento, di pianto- in cui ognuno è commosso dall' improvviso senso di appartenenza al creato


Se c’è un posto al mondo in cui mente e cuore si tengono per mano, questo per me è proprio il mare del Musandam.




Dopo mezz’ora circa di navigazione, raggiungiamo Telegraph Island, una piccola isola il cui nome rimanda a una stazione telegrafica installata dagli inglesi nel 1865 per facilitare le comunicazioni con l’India. Ad oggi l’isola è deserta, ma i suoi bassi fondali e le piccole cale nascoste la rendono il posto ideale per gli amanti dello snorkeling, anche con i bambini.



Si riprende la navigazione sorseggiando tè e caffè aromatizzato al cardamomo, mangiando frutta fresca e datteri. All’ora di pranzo, i marinai servono cibo locale imbarcato al porto di Khasab, che consiste principalmente in un misto di cucina asiatica-mediorientale. 


Maqbouse a base di riso, spezie, carne e verdure; shuwa, composto da carne marinata con peperoni, spezie ed erbe aromatica; zuz al mudhroub, a base di riso bianco servito con del pesce fritto. Il tutto accompagnato da hummus, salsa di ceci e crema di sesamo, insalata e khubz, il tipico pane azzimo cotto in caratteristici forni cilindrici d’argilla.

 

Alle sei del pomeriggio, i dhow rientrano al porto di Khasab e gli unici puntini in movimento ormai sono solo le barchette dei pescatori che escono per una battuta di pesca notturna. Noi invece, dopo una cena tradizionale, trascorreremo la notte a bordo del dhow: i marinai hanno allestito materassini per terra con lenzuola, coperte e cuscini sul piano superiore del dhow. 


Prima di lasciare l’Oman, visitiamo il meraviglioso forte di Khasab, che espone reperti sulla vita quotidiana e le attività tradizionali dei popoli omaniti. 






Percorrendo le mura di cinta al primo piano, basta chiudere gli occhi per sentirsi improvvisamente in un passato fatto di scorribande e attacchi marini. 



Piedi scalzi che corrono di notte tra le mura, un chiavistello infilato in un portone di legno massiccio, le dita artritiche di un anziano sulle reti da pesca, un carcerato che sbava e supplica, carte marine salvaguardate come inestimabile tesoro per chi di mare vive e sopravvive.



Ho nuotato e dormito nello Stretto di Hormuz, ma questo non lo diranno mai al telegiornale del mio paese e, dunque, ho deciso di occuparmene io.  


Debbie,

Nomadi per passione.