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mercoledì 10 maggio 2023

Dieppe, Normandia: impressioni.

 Una prenotazione dimenticata, un parcheggio per camperisti disponibile vicino al porto di Dieppe. Arriviamo in questa piccola città di pescatori per caso, occupiamo la penultima piazzola disponibile, proprio di fronte a un canale di pescatori. L’aria è frizzante, il garrito dei gabbiani fende il cielo dal trampolino roccioso delle falesie.


Siamo finalmente sulla Costa d’Alabastro, il tratto di litorale in cui la Francia settentrionale si tuffa nel Canale della Manica. Da qui partono le imbarcazioni commerciali e i pescherecci che salpano verso l’Atlantico, oltre ai traghetti che attraversano il Canale della Manica e la marina. Non a caso Dieppe è soprannominata “la città dei quattro porti”: il suono prolungato delle grandi imbarcazioni che salpano si alterna al ronzio delle barchette dei pescatori che scivolano lentamente verso il mare. I gabbiani, unici testimoni delle traversate oceaniche o delle battute di pesca nei mari islandesi, spettatori di partenze e arrivi nei rispettivi porti di Dieppe o Newhaven, in Inghilterra, rimangono l’unico punto saldo in un canale che registra i fenomeni di marea più importanti d’Europa.

Poco distante da Dieppe, a Calais, il tunnel della Manica collega Francia ed Inghilterra attraverso una galleria di 50.45 chilometri, di cui 39 sotto il livello del mare, il che lo rende il tunnel con la sezione sottomarina più lunga al mondo. 

Apriamo le nostre sedie da campeggio e il tavolino sulla piazzola mentre altre famiglie, perlopiù nord-europee, stendono i costumi da bagno sulla parete posteriore del camper. È appena passata l’ora di cena, il cielo è ammantato di nubi arancioni e rosa. Sorseggio del sidro francese, una bevanda alcolica a base di succo di mela fermentato che mi alleggerisce la testa ed apre il cuore. Un pescatore annoiato osserva una barca di legno percorrere le acque violacee del canale. Alle nostre spalle, oltre la falesia, si erige la chiesa cattolica di Saint-Jacques, un esempio classico di architettura gotico-fiammeggiante.

 Intravedo le luci del porto turistico in lontananza: le barche ormeggiate, i locali e le brasseries in cui i turisti sprofondano nella contemplazione della marina. Frutti di mare, moules de Normandie e marmites dieppese, zuppe di pesci, molluschi e crostacei abbondano nei ristoranti a conduzione familiare. Poco più in là, le lampare dei pescatori fendono il buio della notte ed accendono la costa di scintille d’argento. È uno scivolare del tempo placido, senza affanno. Riesco a vivere questo momento e questo luogo senza il bisogno di possederlo: nessuna passeggiata sulle banchine del porto, niente cena al ristorante, nessuno scorcio da immortalare e portare via con me. Lascio tutto e mi incateno al cuore solo queste impressioni.

William Turner, "Il porto di Dieppe"

Alle prime luci dell’alba, i gabbiani ci svegliano con il loro struggente inno al mare. Apriamo l’oblò sul tetto del camper, li vediamo schizzare il cielo di bianco, mentre la moca gorgoglia in un triangolo di luce gialla. Non ho ancora lasciato il letto e già vedo scorrere davanti ai miei occhi le storie di chi vive in simbiosi con il mare, perché qui sono le maree, i venti, le correnti a determinare chi parte e chi resta. 

In passato covo di corsari ed esploratori, Dieppe conserva il fascino discreto delle città portuali da scoprire a piccole dosi. 


Ed è così, a piccoli passi, che ci avviamo verso le stradine sul versante opposto del porto in cerca di una 
pâtisserie. Ci imbattiamo nel pittoresco distretto Le Pollet, sulla riva destra del fiume Arques, un vecchio quartiere di pescatori dove si svolgeva il commercio di avorio e spezie per via dei collegamenti marittimi con l’Africa occidentale

Percorrendo l’acciottolata Rue du Petit Fort si possono ammirare le tipiche abitazioni a graticcio della Normandia e le case dei pescatori con i muri bianchi di selce. Solo io vedo nel muro di mattoni delle scaglie di pesce?

Quartiere Le Pollet, Dieppe, Normandia

Compriamo la classica baguette francese da infilare sotto ad un braccio ed attraversiamo la via che porta al ponte girevole Colbert, un’imponente struttura di ferro battuto e laminato che collega il distretto di Le Pollet al centro della città, sul versante opposto del canale. 

Commissionato nel 1889, Pont Colbert è l’ultimo ponte girevole in Europa ad operare secondo la configurazione originale basata su un meccanismo idraulico per muovere il ponte.

Le pont Colbert en action vers 1900 (© coll. Stéphane William Gondoin).
                            
Non sappiamo se possiamo attraversare il ponte con il camper, ma dopo qualche esitazione seguiamo altri camperisti: il ponte trema un po’, ma ci ritroviamo al centro della città.


Sarebbe bello avere il tempo di visitare il Castello di Dieppe, con la sua ricca 
collezione di avori intagliati, oppure la chiesa di Saint-Jacques, commissionata dal capitano di flotta che fornì al re Francesco I le sue navi per le prime esplorazioni transoceaniche. O la Cité de la Mer, dove viene illustrato ogni aspetto della navigazione, della pesca e della costa della Normandia.

Purtroppo ci possiamo permettere solo un giro veloce nei pressi del centro prima di proseguire verso la parte occidentale della Costa d’Alabastro, dove ci aspettano le meravigliose falesie bianche di Fécamp, il primo faro normanno e una rotaia da percorrere in bicicletta fino ad Etretat.


Ho deciso di raccontare questa sosta imprevista a Dieppe perché mi ha lasciato con una mappa nel cuore che va da Parigi a Londra, passando per il Canale della Manica. Potrei mai esimermi dal proporvi l’incredibile opportunità di prendere un traghetto per la traversata Trans Manche? 

 


Io ci sto  già pensando. E voi?

Debbie,

Nomadi per passione

giovedì 23 marzo 2023

La casa di Monet a Giverny e il giardino delle ninfee.


Fu Claude Monet a consegnare il villaggio addormentato di Giverny all’eternità. 

Padre dell’Impressionismo francese, si traferì in questo piccolo comune della Normandia, a 80 chilometri da Parigi, tra il 1883 e il 1926, incantato dalla luce.

Vagabondare tra la casa e il giardino di Monet significa scivolare lentamente in un sogno sfavillante, lasciarsi trasportare dai sensi per ancorarsi al presente.  I dipinti dell’artista si animano di suoni e profumi  percorrendo il viale centrale antistante la sua dimora, ma è solo avvicinandosi allo stagno delle ninfee che si coglie pienamente il culto della luce e del mondo fluttuante, effimero, tanto caro a Monet e all'Impressionismo.  

"Altri pittori dipingono un ponte, una casa, una barca… io voglio dipingere l’aria che circonda il ponte, la casa, la barca, la bellezza della luce in cui esistono."

Monet non raffigurò soltanto il giardino dipingendo en plein air, tra aiuole traboccanti di lavanda e non ti scordar di me, ma ne fu anche l’ideatore: appassionato di botanica, coltivò tulipani, rose, campanule, gladioli ed iris, vivendo un sogno idilliaco tra i fiori e la pittura; fece realizzare il bacino delle ninfee da una deviazione di un affluente dell’Epte, dove coltivò una nuova specie incrociando delle ninfee bianche con delle varietà tropicali. 

Intorno al giardino acquatico, attraversato dal famoso ponte nipponico, piantò aceri, ginko biloba, bambù e salici piangenti con l’intento di evocare un’atmosfera giapponese tanto amata da Monet, come dimostra la collezione di stampe ukiyo-e nella sua abitazione.

Ed è qui, tra la casa ed il giardino, che Monet trascorse l’ultima parte della sua vita dipingendo specchi d’acqua strabordanti di ninfee, nell’ardua impresa di rincorrere l’illusione della luce naturale e cogliere la caducità del momento.


"Ciò che farò qui avrà almeno il merito di non rassomigliare a nulla, perché sarà l’impressione di ciò che avrò sentito soltanto io."

Non c’è angolo di questo giardino in cui non si abbia la sensazione di vederlo sbucare da un momento all’altro: chino sui fiori di glicine dai riflessi indaco, con gli occhi baluginanti di ardore davanti al riverbero di un raggio di sole, con un pennello en plein air, immerso nell’estasi e nel tormento del processo creativo, ma anche con la testarda convinzione di poter dare nuovi occhi al mondo.


"Non dormo più per colpa delle Ninfee. Di notte sono ossessionato da ciò che sto cercando di realizzare. Mi alzo al mattino piegato dalla fatica. L’alba mi ridona coraggio, ma l’ansia torna non appena varco la soglia dello studio. Dipingere è così difficile e torturante
."

La facciata rosa dell’abitazione, con le persiane verde smeraldo, sembra in netto contrasto con i toni cupi tipici delle case borghesi dell’epoca, ma è varcando la porta d’ingresso che ci si rende pienamente conto di quanto il mondo interiore di Monet fosse abitato dalla costante ricerca di colori brillanti e saturi, in grado di esaltare la luce. 

Le piastrelle azzurre di Rouen nella cucina; il giallo acceso della sala da pranzo; l’azzurro del salotto, ma soprattutto l’atelier ricavato da un vecchio fienile incastonato nel giardino. 

Fu grazie a Monet che Giverny divenne punto di ritrovo per gli impressionisti dell’epoca e la sua casa, già in costante fermento per via della numerosa famiglia, divenne un andirivieni di artisti dallo spirito indomito come il suo. 

Le camere da letto e quelle per gli ospiti al primo piano sono arredate con tappeti e drappeggi di vario genere, dipinti di amici pittori come Caillebotte, Renoir, Cézanne, Signac; foto di famiglia, caraffe e porcellane orientali. 

Descrivere Giverny per me è stato come fluttuare in un sogno vividissimo, dove non esistono confini rigidi e la luce cambia continuamente non solo l’aspetto della realtà  circostante, ma anche il nostro modo di guardarla. Voglio immergermi nella caducità del momento senza volerlo a tutti i costi fermare e possedere, lasciando fluire quello che per natura è fugace ed amarlo semplicemente così com’è.

“Tutti discutono la mia arte e affermano di comprenderla, come se fosse necessario comprendere, quando invece basterebbe amare.”

Debbie,

Nomadi per passione



Per ulteriori informazioni: Fondazione Monet.


domenica 12 marzo 2023

Come si diventa nomadi per passione?

 Si srotola la mappa, si muove l’indice come l'ago di una bussola immaginaria. Ad un certo punto il dito si ferma, traccia un itinerario con precisione. Conosce già il tragitto, come se quelle strade, quei castelli, quelle falesie a strapiombo sul mare fossero da sempre rinchiuse in una falange.

Trentino Alto Adige

Non ho mai pensato di essere l’unica artefice dei miei vagabondaggi e sono consapevole che nel mio sangue, nei miei battiti, ci siano mille rotte già tracciate dai miei predecessori. Non saprei come spiegare, altrimenti, il motivo per cui il semplice atto di girovagare plachi il lago turbolento della mia anima.

Come si diventa nomadi per passione?

Bisogna chiudere gli occhi e sentire i passi in punta di piedi che danzano in una pozzanghera di notte. Bisogna seguire le gambe che corrono lungo gli argini di un fiume, che si graffiano in un campo di grano bruciato dal sole. Bisogna guardare un albero e non vedere soltanto un albero, ma la chioma che cambia forma nel vento e i rami che fluttuano di umori e malumori come gli arti di qualsiasi altra creatura vivente.


Trentino Alto Adige

Non è possibile spiegare la "pulsione all’esplorazione", all’avventura, alla scoperta, poiché questo è territorio dell’anima. È una fame insaziabile che straripa dal recinto delle parole e si disperde tra l’utero turchino del mare ed il cuore paludoso dei monti, la cui intensità aumenta ogni volta che si trova davanti ad un confine, un limite invalicabile. E allora l’urgenza diventa superare quel limite, vedere cosa c’è dietro, cosa c’è dentro, cosa c’è intorno. Entrarci dentro, capire il motivo del suo essere.

Avrei voluto scrivere una guida per camperisti, ma il lago della mia anima è strabordato di nuovo. Spero che qualche lucciola sia entrata anche dentro di voi per spingervi lungo la via della scoperta e dell’esplorazione. E spero che la mia anima girovaga continui a strabordare fino a confluire, un giorno, finalmente nel mare.

Debbie,

Nomadi per passione.


Roscoff, Bretagna, Francia


lunedì 6 marzo 2023

Ho dormito e nuotato nello Stretto di Hormuz.

Se dieci anni fa mi avessero detto che un giorno avrei trascorso una notte all’aperto sul piano superiore di un dhow, la tipica imbarcazione omanita, nello Stretto di Hormuz o sulla spiaggia di una caletta del Golfo Persico raggiungibile solo via mare, probabilmente avrei  pensato alla faccia allibita di mia madre davanti alle notizie del telegiornale per via della geopolitica turbolenta del Golfo…ma non è andata proprio così.


Si dice che ogni dieci minuti circa una petroliera attraversi lo stretto di Hormuz, arteria di enorme rilevanza geostrategica tra il Mar Arabico e il Golfo Persico...ma di questo si parla già in abbondanza.


Quello che vorrei offrirvi in questo post è uno scorcio sullo Stretto di Hormuz dalla penisola rocciosa del Musandam, un’exclave del Sultanato dell’Oman, soprannominata la Norvegia d’Arabia per via delle gigantesche falesie a picco sul mare.

Foto di Dhow Khasab Tours

Il nostro viaggio inizia nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi, a circa tre ore di macchina dal confine settentrionale dell’Oman.

Sbrighiamo le formalità doganali in una grande sala dai pavimenti lucidi e le pareti a vetro presso la polizia di frontiera emiratina. Pochi metri più in là, in un edificio meno   avveniristico, le uniformi e le bandiere cambiano, così come le foto dei capi di stato: stiamo lasciando gli Emirati Arabi Uniti per entrare nel Sultanato dell’Oman.

Percorriamo un centinaio di chilometri lungo la strada costiera che collega Tibat a Khasab, fiancheggiando i fiordi ed un mare turchino che brontola appena. 


Impossibile non fermarsi alla prima spiaggia dove, oltre alle nostre voci troppo alte e al borbottio del mare, c’è solo il belato delle caprette selvatiche che si inerpicano zampettando sulla roccia arenaria delle montagne.

 Osserviamo i paguri che si nutrono di residui biologici sulla battigia, creando inconsuete composizioni di sfere che accendono la nostra immaginazione.  Ci immergiamo in acqua in cerca di refrigerio e salvezza, un po’ come i paguri al nostro passaggio, prima di ripartire per Khasab.


Percorriamo la strada panoramica con la salsedine che ci increspa i capelli e l’odore salmastro del mare appiccicato alle narici. Google Maps, da questo momento in poi, non avrà più alcuna utilità per noi. 

Siamo degli esploratori, navighiamo a naso e a vista. 

Seguiamo le capre nelle traverse acciottolate, seguiamo la segnaletica in arabo che non capiamo, seguiamo un asinello che raglia sul ciglio della strada. Una casetta di mattoni con la porta azzurra.  Una moschea minuscola. Un sentiero di case dai tetti piatti. Un cancello in stile arabo. E poi capre a non finire: capre nella frescura delle palme, dietro ai muretti delle case. Capre che triturano erba e rifiuti. Capre che saltellano, che dormono, che belano come se fossero le vere regnanti di questa penisola.


Approdiamo in un villaggio sperduto, senza tempo e senza storia, alla fine di una stradina. Si chiama Tawi e resterà, per me, la sorpresa più bella di questo viaggio in Oman. 


Non tanto per il villaggio semi abbandonato, ma per aver scoperto un posto che avrebbe tanto da dire, se qualcuno si prendesse la briga di raccontarlo. A parte qualche fotografia ed informazione sulle Wadi circostanti, non c’è nessuna documentazione che racconti la storia di questo antico villaggio, ma sembra che gli edifici sprigionino il mormorio di spiritelli desiderosi di essere ascoltati. 

Chi abitava in queste case? Chi ci abita ora? Chi ha costruito gli edifici di pietra? Era un villaggio di pescatori? Di agricoltori? Quale civiltà ha fondato il villaggio? Chi ha intagliato le porte di legno?  Chi ha dipinto di azzurro le finestre?

Difficile fare domande agli abitanti del luogo, poiché le strade sono deserte e l’unica persona che ci avvicina è un poliziotto in borghese che ci invita a fare attenzione, perché una capra si è infilata sotto la nostra macchina.



Scopriamo che poco distante da qua, tra le montagne del Musandam, sono stati trovati dei petroglifi, delle incisioni rupestri che risalgono a circa 5000 anni fa. Le immagini raffigurano animali, scene di caccia e figure umane, il che lascia pensare che siano state realizzate in un’epoca preislamica, dato che le immagini antropomorfe sono ritenute  prerogativa di Allah nell’ aniconismo dell'Islam.

Una frana ha portato giù parte della montagna durante il periodo delle piogge, quando le precipitazioni travolgono ciottoli e pietre enormi che finiscono per ingombrare le Wadi. Questo è il punto in cui finisce la strada e le capre si inerpicano sugli alberi di acacia o lungo le vette aspre delle montagne. 

Se fossimo accompagnati da una guida e avessimo l’abbigliamento adatto, potremmo addentrarci nelle caverne e salire lungo i pendii delle montagne, ma se c’è una cosa che ho imparato leggendo i giornali locali degli Emirati Arabi Uniti e dell’Oman è che non s’improvvisa nel deserto e sulle montagne della penisola arabica per via delle temperature elevatissime che ogni anno uccidono molti escursionisti impreparati.   

 La voce del richiamo alla preghiera del muezzin fuoriesce dalla radio di una casupola di pietre e riempie tutta la valle, accompagnata solo dal canto degli uccelli: il verso intermittente della coturnice orientale o il fischiettio del culbianco dalla coda rossa. 

Una donna esce affaccendata dalla casa, ci lancia uno sguardo inquisitorio e torna in fretta nella sua abitazione.  È il sacro mese del Ramadan, sappiamo che in questo periodo i musulmani si avvicinano ad Allah tramite il digiuno e la preghiera: valicare questo limite significherebbe profanare la sacralità del momento, quindi decidiamo di indietreggiare


Proseguiamo verso Bukhā, un villaggio di pescatori con un’imponente moschea incastonata tra le montagne e il mare.  File di gabbiani punteggiati sulla battigia spiccano il volo al nostro avanzare, creando una coreografia maestosa che incornicia la ricchezza della vita marina sottostante.  


 

Al di là della strada, c’è il forte di Bukhā. Narra la leggenda che, durante l’alta marea, i prigionieri di guerra fossero lasciati affogare nelle prigioni sotterranee e pare che, nelle giornate di alta marea, sia ancora possibile udirne il lamento.

 

Saliamo su una collinetta per visitare la torre di guardia di Al Qala: il cielo è talmente limpido che, da qui, si vede l’Iran. Sapere che la strisciolina azzurrastra che vediamo all’orizzonte ha ospitato alcune delle civiltà più antiche del mondo mi emoziona tantissimo.  Alle nostre spalle, distese di palme da datteri sprigionano nell’aria un aroma zuccherino che si mescola all’odore di alghe e pesce proveniente dal mare.

 

Prima di lasciare Bukhā, ci fermiamo a giocare a basket davanti ad una villa. Intorno a noi, a parte le solite capre che mangiano tutto quello che trovano, non c’è anima viva. Sarà il caldo? Sarà il Ramadan? Mi addentro tra delle rovine abbandonate che costeggiano la strada in cerca di qualche informazione, ma non trovo niente. 



Scatto delle fotografie che posterò qualche giorno dopo su Instagram, quando saremo già tornati negli Emirati Arabi Uniti e, grazie alle quali, riceverò delle risposte, ma soprattutto una domanda: perché uno straniero dovrebbe interessarsi ad un piccolo centro come Bukha? Perché sono di Roma, rispondo.



 Gli abitanti del villaggio hanno notato mio figlio che giocava a basket davanti alla casa della sceicca e sono desiderosi di raccontarsi.





 Mi raccontano che le rovine appartenevano ai governanti di Bukhā prima che, nel 1971, anno della fondazione degli Emirati Arabi Uniti, fossero definiti i confini tra Oman ed Emirati Arabi. 



Condividono con me foto personali ed aneddoti sulla propria tribù di appartenenza, ora distribuita tra Emirati Arabi e Musandam che, per motivi di privacy, non mi sento di condividere. 

 

I loro messaggi mi commuovono e mi lusingano: mi chiedono di bussare alle loro porte la prossima volta e lo fanno con un tale candore da farmi chiedere: se uno straniero transitasse per un paesino italiano, la moglie del sindaco lo inviterebbe a pranzo?



 


Saliamo in macchina e proseguiamo verso Khasab. Trascorriamo la prima notte in un hotel ispirato ad un tipico villaggio omanita: l’AtanaMusandam resort, due ore di macchina da Dubai e cinquanta minuti di volo da Muscat. 




Dopo un’abbondante colazione e litri di espresso, facciamo un salto al vicino Carrefour per acquistare qualche snack da portare in barca. Trovo sempre interessante visitare i supermercati locali, anche nel caso delle grandi catene di distribuzione, perché riflettono molto le usanze e le abitudini dei locali.


 Per esempio, la legna da ardere è un elemento che troverete ovunque in questa parte di mondo, dai supermercati come il Carrefour ai distributori di benzina, e questo perché nella cultura araba i falò nel deserto o tra le montagne sono ancora momenti di riunione familiare.

 


Alle dieci del mattino siamo al porticciolo di Khasab, dove ci aspetta la tradizionale barca omanita, il dhow, un tempo utilizzata dai pescatori di perle o nelle rotte commerciali verso l’Africa orientale e l’oriente. Per otto ore, due marinai indiani del Kerala ci guideranno lungo i fiordi omaniti in una crociera al di fuori del tempo.



Abbiamo lasciato il porto da pochi minuti, quando i primi delfini iniziano a piroettare ai lati della nostra barca. Le urla di eccitazione di adulti e bambini diventano incontenibili, il tempo inizia davvero a fermarsi e quel momento di gioia assoluta ingoia passato e futuro, ancorandoci ad un presente talmente intenso, fatto di spruzzi e piroette e gridolini e sorrisi ed occhi umidi e salati -di salsedine, di vento, di pianto- in cui ognuno è commosso dall' improvviso senso di appartenenza al creato


Se c’è un posto al mondo in cui mente e cuore si tengono per mano, questo per me è proprio il mare del Musandam.




Dopo mezz’ora circa di navigazione, raggiungiamo Telegraph Island, una piccola isola il cui nome rimanda a una stazione telegrafica installata dagli inglesi nel 1865 per facilitare le comunicazioni con l’India. Ad oggi l’isola è deserta, ma i suoi bassi fondali e le piccole cale nascoste la rendono il posto ideale per gli amanti dello snorkeling, anche con i bambini.



Si riprende la navigazione sorseggiando tè e caffè aromatizzato al cardamomo, mangiando frutta fresca e datteri. All’ora di pranzo, i marinai servono cibo locale imbarcato al porto di Khasab, che consiste principalmente in un misto di cucina asiatica-mediorientale. 


Maqbouse a base di riso, spezie, carne e verdure; shuwa, composto da carne marinata con peperoni, spezie ed erbe aromatica; zuz al mudhroub, a base di riso bianco servito con del pesce fritto. Il tutto accompagnato da hummus, salsa di ceci e crema di sesamo, insalata e khubz, il tipico pane azzimo cotto in caratteristici forni cilindrici d’argilla.

 

Alle sei del pomeriggio, i dhow rientrano al porto di Khasab e gli unici puntini in movimento ormai sono solo le barchette dei pescatori che escono per una battuta di pesca notturna. Noi invece, dopo una cena tradizionale, trascorreremo la notte a bordo del dhow: i marinai hanno allestito materassini per terra con lenzuola, coperte e cuscini sul piano superiore del dhow. 


Prima di lasciare l’Oman, visitiamo il meraviglioso forte di Khasab, che espone reperti sulla vita quotidiana e le attività tradizionali dei popoli omaniti. 






Percorrendo le mura di cinta al primo piano, basta chiudere gli occhi per sentirsi improvvisamente in un passato fatto di scorribande e attacchi marini. 



Piedi scalzi che corrono di notte tra le mura, un chiavistello infilato in un portone di legno massiccio, le dita artritiche di un anziano sulle reti da pesca, un carcerato che sbava e supplica, carte marine salvaguardate come inestimabile tesoro per chi di mare vive e sopravvive.



Ho nuotato e dormito nello Stretto di Hormuz, ma questo non lo diranno mai al telegiornale del mio paese e, dunque, ho deciso di occuparmene io.  


Debbie,

Nomadi per passione.