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martedì 25 aprile 2023

La Pulzella d’Orleans, Rouen, Normandia


Rouen, Normandia


Chiunque parlando di Rouen citerebbe come prima cosa la cattedrale Notre-Dame e la piazza dove fu arsa viva Giovanna d’Arco, eppure a me viene subito in mente un ponte e un’opera che Camille Pissarro dipinse dalla sua stanza affacciata alla Senna nel 1896: Pont Boieldieu in Rouen sotto la pioggia.  

                            Camille Pissarro, Pont Boieldieu in Rouen


Il tema del dipinto è il trambusto della città moderna, con l’andirivieni della folla, il fumo che fuoriesce dalle imbarcazioni, le gru sulle banchine e il grigiore generale della pioggia. Per puro caso mi affaccio proprio da questo ponte, ma sul versante opposto, dove sotto c’è una rotaia abbandonata che un tempo collegava Parigi alle località balneari, passando per Rouen.  Anche oggi c’è un battello sul letto del fiume, le rotaie sono ricoperte da un tappeto erboso e solo la nostra fervida immaginazione riesce a proiettare su questo teatro dalle luci ormai spente il fervore e la vitalità dell’istante colto da Pissarro. Tu chiamale se vuoi…impressioni.

Percorriamo le pittoresche stradine del centro, ricco di chiese gotiche e case a graticcio, alcune risalenti all’epoca medioevale, sopravvissute ad incendi, inondazioni, guerre e bombardamenti durante lo sbarco degli alleati in Nomandia. Le facciate sono ricoperte di travi in legno che si intersecano creando una geometria armoniosa dallo sfondo senape, verde mente, celeste opaco, arancione e pervinca.  

Case a graticcio, Rouen


Rouen non è solo la città delle case a graticcio: è stata infatti soprannominata la città dei “cento campanili” che risuonano a concerto nell’aria e che tanto ci ricordano la nostra bella Roma. Vivendo negli Emirati Arabi Uniti, siamo abituati al richiamo alla preghiera del muezzin e il suono delle campane è l’ennesima madeleine in questo itinerario che, ad ogni tappa, ci porta un passo avanti nello spazio ed uno indietro nel tempo.

Rouen, place Vieux-Marché

Come parlare di Rouen, antica capitale del Ducato di Normandia, senza citare la Pulzella d’Orleans, Giovanna d’Arco? Se non conoscete la storia della salvatrice di Francia, vi consiglio il film di Giovanna d’Arco con Milla Jovovich. La storia di Francia e d’Inghilterra si intersecano sul territorio francese con la guerra dei Cent’anni e l’affascinante contributo di questa giovane eroina.

Giovanna d'Arco

Oggi si ricorda il rogo di Giovanna D’Arco, arsa viva nella piazza del mercato di Rouen, e le accuse terribili mosse da un tribunale ecclesiastico che la portarono al rogo, ma mi preme fare un passo indietro e citare brevemente la storia di questa pulzella straordinaria che liberò la Francia dagli inglesi a soli diciannove anni.

Giovanna era una giovane pastorella illetterata, di estrazione molto povera,  che dichiarò di essere stata prescelta da Dio per aiutare Carlo, Delfino di Francia, nella guerra per il trono contro gli inglesi e i loro alleati borgognoni. Che fosse la voce di Dio a guidarla o una voce interiore, la giovane contadinella si ritrovò non solo ad indossare abiti maschili nel guidare l’esercito francese, ma anche a riuscire in quello che i comandanti dell’esercito avevano fallito: sconfiggere gli inglesi. Si innalzò al ruolo di salvatrice della Francia, divenendo acclamata e benvoluta dal popolo, fino a che la sua figura non divenne troppo ingombrante.

 E qui la faccenda si fa interessante: secondo alcune fonti, per gli storici plausibili ma non dimostrabili, la Pulzella fu consegnata dal re di Francia ai borgognoni, che la consegnarono agli inglesi: umiliati dalla perdita subita ad Orléans, gli inglesi attribuirono la disfatta agli incantesimi e gli atti di stregoneria compiuti dalla ragazza, accusandola di essere «una seguace del maligno». Nel 1431 fu sottoposta a processo senza difensori davanti al tribunale ecclesiastico di Rouen. Fortemente influenzato dal potere inglese, il tribunale concluse che le voci che Giovanna d’Arco dichiarava di sentire fossero di demoni, non di angeli, e dunque fu accusata di stregoneria ed eresia, oltre che di travestimento.

Fu così che la Pulzella d’Orleans fu condotta sul rogo ed arsa viva davanti ad una folla sgomenta all’età di diciannove anni, nella storica piazza del mercato. E fu così che gli inglesi restarono in Francia per altri vent’anni.

Lionel Royer, Giovanna d'Arco sul rogo

Decenni dopo la morte, Giovanna fu liberata dell’infamante accusa di eresia fino ad essere, nel 1920, beatificata e proclamata Santa Patrona della Francia. Oggi sorge una chiesa in sua memoria al centro della place Vieux-Marché, la cui struttura evoca sia le fiamme che bruciarono sul rogo,  sia una nave vichinga ribaltata. 


Ci soffermiamo davanti alla statua di Giovanna d'Arco e, mentre i ragazzi si allontano con leggerezza, io mi soffermo a guardare il suo volto addolorato, ripercorrendo i punti salienti della sua storia. Un aspetto mi colpisce: non solo all’epoca la donna era ritenuta inferiore all’uomo, ma Giovanna proveniva anche da una regione marginale, lontana dal potere. Le voci che sentiva, secondo alcuni allucinazioni deliranti, secondo altri miracolose, le hanno dato la forza di espandersi, anziché ritirarsi nell’ovile riservato al giovane, all’umile e al femminile. Insomma, una guerriera a tutti gli effetti che non sapeva stare al suo posto e, dunque, destinata a sparire.  

Giovanna d'Arco, Rouen


Scatto una foto in suo onore nella piazza in cui fu bruciata, ma l’immagine che compare sullo schermo è sdoppiata, interrotta. Non credo nella stregoneria, ma credo nei segni che ti costringono a rallentare e riflettere. Mi chiedo quante altre persone nella vita abbiano avuto la sensazione di essere state ridimensionate, o addirittura respinte, per non offuscare chi avevano vicino e mi sembra che le dinamiche nei confronti delle minoranze, in fondo, non siano mai cambiate. L’esplorazione diventa lo spunto per un viaggio emotivo, non solo un accumulo di nozioni non filtrare.

Raggiungiamo la cattedrale gotica di Notre-Dame de Rouen, anch’essa sopravvissuta a fulmini, incendi, un uragano e i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Fu rappresentata da Claude Monet a tutte le ore del giorno per immortalarne i giochi di luce e questo contribuì sicuramente alla sua popolarità. Del resto è difficile non notarla, con la guglia più alta di tutta la Francia e la facciata gotica riccamente decorata.

Cattedrale Notre-Dame de Rouen

 Gli interni sfarzosi contengono organi a canne, statue di santi, tombe di personaggi storici, colonne imponenti, arcate a volta e meravigliose vetrate policrome dipinte a mano. 


Nella cattedrale c’è una scala in pietra e forse non è questo il punto di maggiore interesse per gli amanti della storia dell’arte, ma non riesco a smettere di immaginare i piedi che salivano e scendevano su e giù per quelle scale che portavano alla biblioteca. Del resto, il senso di smarrimento davanti ad un monumento talmente imponente, difficile da raccontare in poche righe, fa sì che ci si aggrappi ad un dettaglio immaginifico per non perdere l’orientamento: io ho scelto i passi e il fruscio degli abiti sacri di chi ha percorso queste scale verso gli archivi del sapere.

Cattedrale Notre-Dame de Rouen

Fuori c’è il sole, ci fermiamo sulla piazzetta ad osservare la folla. Alcuni ragazzi suonano il sassofono, ci sentiamo catapultati nelle stradine di New Orleans in un batter d’occhio.  Proseguiamo per le vie del centro e ci perdiamo in un vicolo pieno di ombrelli colorati che restituiscono un po’ di leggerezza a questa giornata ricca di considerazioni. È ora di andare, tornare sulla Senna, dove abbiamo miracolosamente parcheggiato il camper, e proseguire verso nord.

Vicoli di Rouen

Amiamo i piccoli/ medi centri, ma se abbiamo scelto la Normandia e la Bretagna per questo viaggio on the road, è soprattutto per le scogliere della costa atlantica e i piccoli villaggi di pescatori.

Ci aspetta Dieppe, un traghetto per l’Inghilterra che non prenderemo e una notte nel parcheggio di un porticciolo gremito di gabbiani. Vi lascio con un’immagine in grado di evocare l’atmosfera del porto di Dieppe, affacciato al Canale della Manica, realizzato dal “pittore della luce” e precursore dell’Impressionismo: William Turner.

Il porto di Dieppe, William Turner

Sentite anche voi il garrito dei gabbiani e l’odore delle alghe oceaniche?

Debbie

Nomadi per passione



giovedì 23 marzo 2023

La casa di Monet a Giverny e il giardino delle ninfee.


Fu Claude Monet a consegnare il villaggio addormentato di Giverny all’eternità. 

Padre dell’Impressionismo francese, si traferì in questo piccolo comune della Normandia, a 80 chilometri da Parigi, tra il 1883 e il 1926, incantato dalla luce.

Vagabondare tra la casa e il giardino di Monet significa scivolare lentamente in un sogno sfavillante, lasciarsi trasportare dai sensi per ancorarsi al presente.  I dipinti dell’artista si animano di suoni e profumi  percorrendo il viale centrale antistante la sua dimora, ma è solo avvicinandosi allo stagno delle ninfee che si coglie pienamente il culto della luce e del mondo fluttuante, effimero, tanto caro a Monet e all'Impressionismo.  

"Altri pittori dipingono un ponte, una casa, una barca… io voglio dipingere l’aria che circonda il ponte, la casa, la barca, la bellezza della luce in cui esistono."

Monet non raffigurò soltanto il giardino dipingendo en plein air, tra aiuole traboccanti di lavanda e non ti scordar di me, ma ne fu anche l’ideatore: appassionato di botanica, coltivò tulipani, rose, campanule, gladioli ed iris, vivendo un sogno idilliaco tra i fiori e la pittura; fece realizzare il bacino delle ninfee da una deviazione di un affluente dell’Epte, dove coltivò una nuova specie incrociando delle ninfee bianche con delle varietà tropicali. 

Intorno al giardino acquatico, attraversato dal famoso ponte nipponico, piantò aceri, ginko biloba, bambù e salici piangenti con l’intento di evocare un’atmosfera giapponese tanto amata da Monet, come dimostra la collezione di stampe ukiyo-e nella sua abitazione.

Ed è qui, tra la casa ed il giardino, che Monet trascorse l’ultima parte della sua vita dipingendo specchi d’acqua strabordanti di ninfee, nell’ardua impresa di rincorrere l’illusione della luce naturale e cogliere la caducità del momento.


"Ciò che farò qui avrà almeno il merito di non rassomigliare a nulla, perché sarà l’impressione di ciò che avrò sentito soltanto io."

Non c’è angolo di questo giardino in cui non si abbia la sensazione di vederlo sbucare da un momento all’altro: chino sui fiori di glicine dai riflessi indaco, con gli occhi baluginanti di ardore davanti al riverbero di un raggio di sole, con un pennello en plein air, immerso nell’estasi e nel tormento del processo creativo, ma anche con la testarda convinzione di poter dare nuovi occhi al mondo.


"Non dormo più per colpa delle Ninfee. Di notte sono ossessionato da ciò che sto cercando di realizzare. Mi alzo al mattino piegato dalla fatica. L’alba mi ridona coraggio, ma l’ansia torna non appena varco la soglia dello studio. Dipingere è così difficile e torturante
."

La facciata rosa dell’abitazione, con le persiane verde smeraldo, sembra in netto contrasto con i toni cupi tipici delle case borghesi dell’epoca, ma è varcando la porta d’ingresso che ci si rende pienamente conto di quanto il mondo interiore di Monet fosse abitato dalla costante ricerca di colori brillanti e saturi, in grado di esaltare la luce. 

Le piastrelle azzurre di Rouen nella cucina; il giallo acceso della sala da pranzo; l’azzurro del salotto, ma soprattutto l’atelier ricavato da un vecchio fienile incastonato nel giardino. 

Fu grazie a Monet che Giverny divenne punto di ritrovo per gli impressionisti dell’epoca e la sua casa, già in costante fermento per via della numerosa famiglia, divenne un andirivieni di artisti dallo spirito indomito come il suo. 

Le camere da letto e quelle per gli ospiti al primo piano sono arredate con tappeti e drappeggi di vario genere, dipinti di amici pittori come Caillebotte, Renoir, Cézanne, Signac; foto di famiglia, caraffe e porcellane orientali. 

Descrivere Giverny per me è stato come fluttuare in un sogno vividissimo, dove non esistono confini rigidi e la luce cambia continuamente non solo l’aspetto della realtà  circostante, ma anche il nostro modo di guardarla. Voglio immergermi nella caducità del momento senza volerlo a tutti i costi fermare e possedere, lasciando fluire quello che per natura è fugace ed amarlo semplicemente così com’è.

“Tutti discutono la mia arte e affermano di comprenderla, come se fosse necessario comprendere, quando invece basterebbe amare.”

Debbie,

Nomadi per passione



Per ulteriori informazioni: Fondazione Monet.