Se dieci anni fa mi avessero detto che un giorno avrei
trascorso una notte all’aperto sul piano superiore di un dhow, la tipica
imbarcazione omanita, nello Stretto di Hormuz o sulla spiaggia di una caletta del
Golfo Persico raggiungibile solo via mare, probabilmente avrei pensato alla
faccia allibita di mia madre davanti alle notizie del telegiornale per via della geopolitica turbolenta del Golfo…ma non è andata proprio così.
Si dice che ogni dieci minuti circa una petroliera attraversi
lo stretto di Hormuz, arteria di enorme rilevanza geostrategica tra il Mar Arabico e il Golfo Persico...ma di questo si parla già in abbondanza.
Quello che vorrei offrirvi in questo post è uno scorcio sullo Stretto di Hormuz dalla penisola rocciosa del Musandam, un’exclave del Sultanato dell’Oman, soprannominata la Norvegia d’Arabia per via delle gigantesche falesie a picco sul mare.
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| Foto di Dhow Khasab Tours |
Il nostro viaggio inizia nella capitale degli Emirati Arabi Uniti,
Abu Dhabi, a circa tre ore di
macchina dal confine settentrionale dell’Oman.
Sbrighiamo le formalità doganali in una grande sala dai
pavimenti lucidi e le pareti a vetro presso la polizia di frontiera emiratina.
Pochi metri più in là, in un edificio meno
avveniristico, le
uniformi e le bandiere cambiano, così come le foto dei capi di stato: stiamo
lasciando gli Emirati Arabi Uniti per entrare nel Sultanato dell’Oman.
Percorriamo un centinaio di chilometri lungo la strada
costiera che collega Tibat a Khasab, fiancheggiando i fiordi ed un mare
turchino che brontola appena.
Impossibile non fermarsi alla prima spiaggia dove,
oltre alle nostre voci troppo alte e al borbottio del mare, c’è solo il belato
delle caprette selvatiche che si inerpicano zampettando sulla roccia arenaria
delle montagne.
Osserviamo i paguri che si nutrono di residui biologici sulla battigia, creando inconsuete composizioni di sfere che
accendono la nostra immaginazione. Ci
immergiamo in acqua in cerca di refrigerio e salvezza, un po’ come i paguri al
nostro passaggio, prima di ripartire per Khasab.
Percorriamo la strada
panoramica con la salsedine che ci increspa i capelli e l’odore salmastro del
mare appiccicato alle narici. Google Maps, da questo momento in poi, non avrà più
alcuna utilità per noi.
Siamo degli esploratori, navighiamo a naso e a vista.
Seguiamo
le capre nelle traverse acciottolate, seguiamo la segnaletica in arabo che non
capiamo, seguiamo un asinello che raglia sul ciglio della strada. Una casetta
di mattoni con la porta azzurra. Una
moschea minuscola. Un sentiero di case dai tetti piatti. Un cancello in stile
arabo. E poi capre a non finire: capre nella frescura
delle palme, dietro ai muretti delle case. Capre che triturano erba e rifiuti.
Capre che saltellano, che dormono, che belano come se fossero le vere regnanti di questa penisola.
Approdiamo in un villaggio sperduto, senza tempo e senza
storia, alla fine di una stradina. Si chiama Tawi
e resterà, per me, la sorpresa più bella di questo viaggio in Oman.
Non tanto per il villaggio semi abbandonato, ma per aver
scoperto un posto che avrebbe tanto da dire, se qualcuno si prendesse la briga
di raccontarlo. A parte qualche fotografia ed informazione sulle Wadi circostanti, non c’è nessuna documentazione che racconti la storia di questo antico
villaggio, ma sembra che gli edifici sprigionino
il mormorio di spiritelli desiderosi di essere ascoltati.
Chi abitava in queste case? Chi ci abita ora? Chi ha
costruito gli edifici di pietra? Era un villaggio di pescatori? Di agricoltori?
Quale civiltà ha fondato il villaggio? Chi ha intagliato le porte di legno? Chi ha dipinto di azzurro le finestre?
Difficile fare domande agli abitanti del luogo, poiché le
strade sono deserte e l’unica persona che ci avvicina è un poliziotto in
borghese che ci invita a fare attenzione, perché una capra si è infilata sotto
la nostra macchina.
Scopriamo che poco distante da qua, tra le montagne del
Musandam, sono stati trovati dei petroglifi, delle incisioni rupestri che
risalgono a circa 5000 anni fa. Le immagini raffigurano animali, scene di
caccia e figure umane, il che lascia pensare che siano state realizzate
in un’epoca preislamica, dato che le immagini antropomorfe sono ritenute prerogativa di Allah nell’ aniconismo dell'Islam.
Una frana ha portato giù parte della montagna durante il
periodo delle piogge, quando le precipitazioni travolgono ciottoli e pietre
enormi che finiscono per ingombrare le Wadi. Questo è il punto in cui finisce la strada e le capre si
inerpicano sugli alberi di acacia o lungo le vette aspre delle montagne.
Se
fossimo accompagnati da una guida e avessimo l’abbigliamento adatto, potremmo
addentrarci nelle caverne e salire lungo i pendii delle montagne, ma se c’è una
cosa che ho imparato leggendo i giornali locali degli Emirati Arabi Uniti e
dell’Oman è che non s’improvvisa nel deserto e sulle montagne della penisola
arabica per via delle temperature elevatissime che ogni anno uccidono molti escursionisti impreparati.
La voce del richiamo
alla preghiera del muezzin fuoriesce dalla radio di una casupola di pietre e
riempie tutta la valle, accompagnata solo dal canto degli uccelli: il verso
intermittente della coturnice
orientale
o il fischiettio del culbianco dalla coda rossa.
Una donna esce
affaccendata dalla casa, ci lancia uno sguardo inquisitorio e torna in fretta
nella sua abitazione. È il sacro mese
del Ramadan, sappiamo che in questo periodo i musulmani si avvicinano ad Allah
tramite il digiuno e la preghiera: valicare
questo limite significherebbe profanare la sacralità del momento, quindi decidiamo di indietreggiare.
Proseguiamo verso Bukhā, un villaggio di pescatori con un’imponente moschea incastonata
tra le montagne e il mare. File di
gabbiani punteggiati sulla battigia spiccano il volo al nostro avanzare, creando
una coreografia maestosa che incornicia la ricchezza della vita marina sottostante.
Al di là della
strada, c’è il forte di Bukhā. Narra la leggenda che, durante l’alta marea, i prigionieri di guerra fossero lasciati affogare nelle prigioni sotterranee e pare che, nelle giornate di alta marea, sia ancora possibile udirne il lamento.
Saliamo su una collinetta per visitare la torre
di guardia di Al Qala: il cielo è talmente limpido che, da qui, si vede l’Iran.
Sapere che la strisciolina azzurrastra che vediamo all’orizzonte ha ospitato
alcune delle civiltà più antiche del mondo mi emoziona tantissimo. Alle nostre spalle, distese di palme da datteri
sprigionano nell’aria un aroma zuccherino che si mescola all’odore di alghe e
pesce proveniente dal mare.
Prima di lasciare Bukhā, ci fermiamo a giocare a basket davanti ad una villa.
Intorno a noi, a parte le solite capre che mangiano tutto quello che trovano,
non c’è anima viva. Sarà il caldo? Sarà il Ramadan? Mi addentro tra delle rovine
abbandonate che costeggiano la strada in cerca di qualche informazione, ma non
trovo niente.
Scatto delle fotografie che posterò qualche giorno dopo su
Instagram, quando saremo già tornati negli Emirati Arabi Uniti e, grazie alle
quali, riceverò delle risposte, ma soprattutto una domanda: perché uno straniero dovrebbe interessarsi ad un piccolo centro come Bukha? Perché sono di Roma, rispondo.
Gli
abitanti del villaggio hanno notato mio figlio che giocava a basket davanti alla
casa della sceicca e sono desiderosi di raccontarsi.
Mi raccontano
che le rovine appartenevano ai governanti di Bukhā prima che, nel 1971, anno
della fondazione degli Emirati Arabi Uniti, fossero definiti i confini tra Oman
ed Emirati Arabi.
Condividono con me foto personali ed aneddoti sulla propria tribù
di appartenenza, ora distribuita tra Emirati Arabi e Musandam che, per motivi di privacy, non mi sento di condividere.
I loro messaggi mi commuovono e mi lusingano: mi
chiedono di bussare alle loro porte la prossima volta e lo fanno con un tale
candore da farmi chiedere: se uno straniero transitasse per un paesino italiano, la moglie del sindaco lo inviterebbe a pranzo?
Saliamo in macchina e proseguiamo verso Khasab. Trascorriamo
la prima notte in un hotel ispirato ad un tipico villaggio omanita: l’AtanaMusandam resort, due ore di macchina da Dubai e cinquanta minuti di volo da
Muscat.
Dopo un’abbondante colazione e litri di espresso,
facciamo un salto al vicino Carrefour per acquistare qualche snack da portare
in barca. Trovo sempre interessante
visitare i supermercati locali, anche nel caso delle grandi catene di
distribuzione, perché riflettono molto le usanze e le abitudini dei locali.
Per esempio, la legna da ardere è un elemento che troverete ovunque in questa
parte di mondo, dai supermercati come il Carrefour ai distributori di benzina,
e questo perché nella cultura araba i falò nel deserto o tra le montagne sono ancora momenti di riunione familiare.
Alle dieci del mattino siamo al porticciolo di Khasab, dove
ci aspetta la tradizionale barca omanita, il dhow, un tempo utilizzata dai
pescatori di perle o nelle rotte commerciali verso l’Africa orientale e
l’oriente. Per otto ore, due marinai indiani del Kerala ci guideranno lungo i fiordi
omaniti in una crociera al di fuori del tempo.
Abbiamo lasciato il porto da pochi minuti,
quando i primi delfini iniziano a piroettare ai lati della nostra barca. Le
urla di eccitazione di adulti e bambini diventano incontenibili, il tempo
inizia davvero a fermarsi e quel momento di gioia assoluta ingoia passato e
futuro, ancorandoci ad un presente talmente intenso, fatto di spruzzi e
piroette e gridolini e sorrisi ed occhi umidi e salati -di salsedine, di vento,
di pianto- in cui ognuno è commosso dall' improvviso senso di appartenenza
al creato.
Se c’è un posto al mondo in cui mente e cuore si tengono per mano, questo per me è proprio il mare del Musandam.
Dopo mezz’ora circa di
navigazione, raggiungiamo Telegraph Island,
una piccola isola il cui nome rimanda a una stazione telegrafica installata
dagli inglesi nel 1865 per facilitare le
comunicazioni con l’India. Ad oggi l’isola è deserta, ma i suoi bassi
fondali e le piccole cale nascoste la rendono il posto ideale per gli
amanti dello snorkeling, anche con i bambini.
Si riprende la navigazione
sorseggiando tè e caffè aromatizzato al cardamomo, mangiando
frutta fresca e datteri. All’ora di pranzo, i marinai servono cibo locale
imbarcato al porto di Khasab, che consiste principalmente in un misto di cucina asiatica-mediorientale.
Maqbouse a base di riso, spezie, carne e verdure; shuwa, composto da
carne marinata con peperoni, spezie ed erbe aromatica; zuz al mudhroub, a base di riso
bianco servito con del pesce fritto. Il
tutto accompagnato da hummus, salsa di ceci e crema di sesamo, insalata e
khubz, il tipico pane azzimo cotto in caratteristici forni cilindrici d’argilla.
Alle sei del pomeriggio, i dhow rientrano al porto di Khasab e
gli unici puntini in movimento ormai sono solo le barchette dei pescatori che escono per una battuta di pesca notturna. Noi invece, dopo una cena tradizionale, trascorreremo la notte a bordo del dhow: i marinai
hanno allestito materassini per terra con lenzuola, coperte e cuscini sul piano
superiore del dhow.
Prima
di lasciare l’Oman, visitiamo il meraviglioso forte di
Khasab, che espone reperti sulla vita quotidiana e le attività tradizionali dei
popoli omaniti.
Percorrendo le mura di cinta al primo piano, basta chiudere gli occhi per sentirsi improvvisamente in un passato
fatto di scorribande e attacchi marini.
Piedi scalzi che corrono di notte tra
le mura, un chiavistello infilato in un portone di legno massiccio, le dita artritiche di un anziano sulle reti da pesca, un carcerato
che sbava e supplica, carte marine salvaguardate come inestimabile tesoro per
chi di mare vive e sopravvive.
Ho nuotato e dormito nello Stretto di Hormuz, ma questo non lo diranno mai al
telegiornale del mio paese e, dunque, ho deciso di occuparmene io.
Debbie,
Nomadi per passione.